La ricerca di una maggiore redditività passa per l’attuazione di pratiche di sviluppo sostenibile, politiche di gestione delle risorse responsabili e attente all’ambiente socio-culturale circostante.

Una volta avremmo detto: questa è una definizione di responsabilità sociale di impresa. Oggi è anche il senso contenuto in una importante novità legislativa che ha istituito le società benefit in Italia, primo Paese d’Europa, ad oggi, ad aver cristallizzato un nuovo modo di fare impresa, con l’intento di attribuire rilievo giuridico ad una relazione che nella realtà va sempre di più consolidandosi: quella tra le azioni di un’impresa e i bisogni dei soggetti e delle comunità coinvolti.

Le società benefit italiane nascono sulla scia dell’esempio statunitense delle B-Corp, società che hanno ottenuto volontariamente la certificazione da parte di un’agenzia di rating, B-Lab, impegnata fin dagli esordi, intorno al 2007, nella diffusione dello standard di valutazione Benefit Impact Assessment (BIA) e nell’attività di lobbying presso le istituzioni politiche federali per l’introduzione del riconoscimento giuridico delle imprese for-benefit, denominate Benefit Corporation.

Avviata nel 2010, l’introduzione delle Benefit Corporation sembra essere stata imposta dalla sostanziale impossibilità da parte degli organi amministrativi societari di disporre dei profitti aziendali per realizzare iniziative a vantaggio delle comunità e dell’ambiente. È datata la sentenza che condannava Henry Ford a risarcire i danni arrecati ai fratelli Dodge, azionisti della società, in seguito alla realizzazione di iniziative benefiche attraverso l’utilizzo di fondi societari. Molte altre vertenze hanno visto nel tempo gli amministratori di società americane protagonisti di azioni di responsabilità sociale.

Proprio questa tendenza ha portato alla graduale istituzione di strumenti giuridici che conferivano agli amministratori la facoltà di impiegare parte dei profitti per scopi sociali oppure, in altri casi, li obbligavano a realizzare prevalentemente iniziative benefiche a discapito della massimizzazione del profitto.

Un percorso simile è stato adottato anche dal legislatore italiano, motivato, in questo caso, dall’esigenza di rendere più solido il panorama delle organizzazioni appartenenti al settore non profit e che lo ha portato all’introduzione prima della qualifica di impresa sociale (2006) e successivamente delle Startup Innovative a vocazione sociale (2012).

Negli Stati Uniti e in Italia il risultato è stato la convergenza, governata necessariamente dal legislatore e ancora in atto, del settore profit nell’ambito del non profit ma anche il confronto sinergico tra i vari soggetti.

In Italia, l’introduzione delle società benefit sembra voglia dare nuovamente impulso a tale processo, un ulteriore tentativo dopo quello, poco efficace, fatto con le imprese sociali. Le norme, nella loro versione iniziale, sono state appositamente pensate senza troppi vincoli: il settore è in continua evoluzione e molteplici saranno le occasioni di apprendimento, stimolate dalle risposte del mercato e dalle realtà aziendali, soprattutto quelle di grandi dimensioni che, a dire il vero, sono ancora in una fase di osservazione dell’applicazione della nuova legge e dei sui effetti.

Una questione che appare critica è relativa all’adozione dello standard di valutazione. La norma offre agli operatori ampia libertà nella scelta dello standard da utilizzare. Questo potrebbe portare all’impossibilità di confrontare le aziende certificate oppure, al contrario, all’utilizzo dello standard maggiormente diffuso (che oggi sembra essere il BIA) anche quando non sia adeguato. È auspicabile, pertanto, un adattamento al contesto sociale, culturale e ambientale italiano, dei migliori modelli internazionali, realizzato, così come prescrive la norma, con approccio multi-disciplinare e scientifico, in un processo in cui coinvolgere anche la comunità accademica, gli operatori e le imprese e accogliere il loro contributo in una fase di consultazione pubblica.

Normativa di riferimento

Nove commi della legge n. 208 del 28 dicembre 2015 (legge di stabilità per il 2016) definiscono e regolano una nuova entità societaria, così l’ha definita Assonime nella sua circolare n. 19 del 20 giugno 2016, in cui lo scopo del perseguimento del profitto è unito all’impegno statutario di produrre un beneficio comune. Lo scopo delle norme istitutive della società benefit non è stato quello di creare un nuovo modello societario, e infatti la società benefit può assumere una delle forme giuridiche previste dal codice civile, bensì quello di introdurre regole specifiche che consentano all’organo amministrativo di destinare risorse e attività al perseguimento di ulteriori finalità.

Caratteristiche

Le finalità di beneficio comune, ossia la creazione di uno o più effetti positivi o la riduzione di effetti negativi, devono essere perseguite mediante una gestione volta al bilanciamento con l’interesse dei soci e con l’interesse di coloro sui quali l’attività sociale possa avere un impatto. Le stesse finalità devono essere indicate nello statuto societario all’atto della costituzione; nel caso di società già esistente è necessario effettuare la modifica dello statuto. Questo passaggio consente di rendere sistematico l’impegno della società per il perseguimento del valore sociale e differenzia le società benefit da quelle società che decidono di attivare iniziative di responsabilità sociale dalle quali è prassi attendersi un ritorno di immagine e per questa via un migliore posizionamento sul mercato. Le società benefit differiscono anche dalle società che volontariamente conseguono la certificazione B-Corp che, esulando da obblighi normativi o statutari, potrebbe impegnare le stesse per un periodo temporale circoscritto, legato alla durata della certificazione o alla sensibilità del management in forza.

La società benefit deve operare in maniera responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni e altri soggetti coinvolti quali lavoratori, clienti e fornitori, finanziatori, creditori, pubblica amministrazione e società civile.  La legge delinea gli ambiti di esercizio delle finalità sociali e ne fornisce un maggiore dettaglio nell’individuazione delle aree di valutazione dell’impatto creato:

  1. il governo d’impresa, al fine di valutare il grado di trasparenza e responsabilità della società nel perseguimento delle finalità di beneficio comune, con particolare attenzione allo scopo della società, al livello di coinvolgimento dei portatori di interesse, e al grado di trasparenza delle politiche e delle pratiche adottate dalla società;
  2. i lavoratori, per valutare le relazioni con i dipendenti e i collaboratori in termini di retribuzioni e benefit, formazione e opportunità di crescita personale, qualità dell’ambiente di lavoro, comunicazione interna, flessibilità e sicurezza del lavoro;
  3. gli altri portatori d’interesse, al fine di valutare le relazioni della società con i propri fornitori, con il territorio e le comunità locali in cui opera, le azioni di volontariato, le donazioni, le attività culturali e sociali, e ogni azione di supporto allo sviluppo locale e della propria catena di fornitura e, infine,
  4. l’ambiente, per valutare gli impatti della società, con una prospettiva di ciclo di vita dei prodotti e dei servizi, in termini di utilizzo di risorse, energia, materie prime, processi produttivi, processi logistici e di distribuzione, uso e consumo e fine vita.

 

Obblighi

Gli obblighi specifici dell’organo amministrativo sono due: individuare il soggetto o i soggetti responsabili a cui affidare funzioni e compiti volti al perseguimento delle finalità di beneficio comune e redigere una relazione annuale, che deve essere allegata al bilancio societario e pubblicata sul sito web istituzionale, se esistente.

La relazione annuale deve contenere 1. la descrizione degli obiettivi specifici, le modalità e le azioni attuate dagli amministratori o le eventuali circostanze che hanno impedito o rallentato il perseguimento delle finalità a beneficio comune; 2. la valutazione dell’impatto generato utilizzando lo standard di valutazione esterno; 3. una sezione dedicata alla descrizione dei nuovi obiettivi che la società intende perseguire nell’anno successivo.

La valutazione dell’impatto generato deve essere formulata da un soggetto esterno in possesso dei requisiti di indipendenza e professionalità, ricorrendo ad uno standard di valutazione rispondente a determinate caratteristiche. In particolare, deve essere: 1. esauriente e articolato; 2. sviluppato con approccio scientifico e multidisciplinare da un ente indipendente e credibile, che disponga delle competenze necessarie per valutare l’impatto delle attività svolte; 3. trasparente perché devono essere pubblici le informazioni che lo riguardano, i criteri utilizzati e le relative ponderazioni utilizzate, l’identità degli amministratori dell’ente.

Sanzioni

La società benefit che non persegua le finalità di beneficio comune è soggetta alle disposizioni previste in materia di pubblicità ingannevole e di pratiche commerciali scorrette e sottoposta al potere sanzionatorio dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Inoltre gli amministratori sono assoggettabili all’azione di responsabilità sociale qualora non operino per conseguire il duplice fine sociale oppure non adempiano allo specifico obbligo di individuare il soggetto o i soggetti a cui affidare il perseguimento delle finalità di beneficio comune.

 

 

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